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Anteprima FM n. 19

Copertina del volume magneto testament
Copertina del volume. Per gentile concessione, © Marvel Comics-Panini comics

X-MEN: MAGNETO TESTAMENTO
Collezione 100% Marvel, € 12.00, 17×26,
Brossurato, 128 pp. col.

Testi: Greg Pak – Disegni: Carmine Di Giandomenico
Copertine: Marko Djurdjevic

di Mario Benenati 

Negli ultimi anni è innegabile che la qualità media del fumetto supereroistico americano ha visto una vertiginosa impennata, specie grazie agli ottimi autori opzionati dalle due major Marvel e Dc.  La Marvel in particolare ha lasciato ad alcuni autori la possibilità di realizzare storie e miniserie che, come narrazione, esulassero dagli stilemi del fumetto di supereroi, pur utilizzando personaggi ben noti ai lettori della Casa delle Idee.

Uno dei primi e migliori frutti di questa nuova politica narrativa è Magneto: Testament, affidato ai testi di Greg Pak, giovane sceneggiatore fattosi notare sulle testate dedicate ad Hulk e che ha presto scalato le classifiche di gradimento dei lettori. Pak ha scelto di narrare, in una chiave storicamente corretta, le origini di Erik Magnus Lensherr, meglio noto come Magneto, nemesi storica degli X-Men, personaggio sfaccettato e degno di approfondimento come forse solo il Dottor Destino tra i personaggi Marvel. Era già stato, più volte, raccontato di Magneto come ex-internato nei campi di concentramento durante la Shoa, e di come lì sia nato l’amore con Magda, sua moglie e madre di Wanda/Scarlet Witch e Pietro/Quicksilver. Ma solo ora, dopo anni, la vicenda viene approfondita.

Prima di Erik Magnus Lensherr, nome che più volte si era lasciato intendere essere fittizio, una nuova identità presa evidentemente per sfuggire agli incubi del passato e dei campi di concentramento dove aveva più volte messo in dubbio la propria dignità umana, vi era solo un ragazzino di nome Max Eisenhardt, figlio e nipote di orologiai ebrei.

Max, nel 1935, vive nella Germania dominata dal fiorente Terzo Reich, guidato da un controverso ma carismatico Hitler, che promette ai tedeschi di fare grande la Germania come mai prima d’ora. Ma tra i tedeschi non vengono più considerati gli ebrei, pubblicamente dipinti come parassiti di una nazione, al pari di neri e zingari. Da quelle affermazioni ai passi di concentramento il passo è breve. Pak racconta la vita di Max Eisenhardt nel corso di un decennio che lo vede prima ricco rampollo di una famiglia ebrea, poi emarginato, poi fuggiasco, poi prigioniero, poi mero oggetto, ingranaggio della macchina nazista che vuole deumanizzare gli ebrei, per ucciderli prima spriritualmente e poi fisicamente.

I poteri magnetici di Max ancora non si sono mai manifestati, e nel corso del volume non faranno mai la loro comparsa, se si eccettua il miracoloso scampare ad una fucilazione, che insinua nel lettore il dubbio se si sia trattato di semplice fortuna o forse di una prima, inconscia manifestazione dei poteri che avrebbero reso Magneto uno degli uomini più pericolosi al mondo.

La storia è narrata con cruda dovizia di particolari. Greg Pak mostra subito al lettore di avere compiuto un preciso e minuzioso lavoro di documentazione, come anche testimoniato dalla bibliografia indicata nelle note finali.

I DISEGNI

Alla parte grafica troviamo un Carmine Di Giandomenico in stato di grazia che, dopo l’ottima prova su “Battlin’ Jack Murdock”, replica in bellezza, dimostrandosi uno dei disegnatori italiani più versatili e talentuosi al lavoro oltreoceano. Atmosfere, espressioni, recitazione dei personaggi e regia delle tavole indicano una cura eccezionale nel proprio lavoro. Anche per lui va segnalata l’attentissimo lavoro di ricerca iconografica che ha permesso di ottenere un volume storicamente fedele anche dal punto di vista grafico.

E’ d’obbligo citare, in fondo al volume, la presenza di una breve storia realizzata da Neal Adams e Joe Kubert per sostenere la causa di Dina Babbit, artista ebrea che, durante la sua prigionia ad Auschwitz, dopo che il suo talento per il disegno venne notato da alcuni ufficiali, venne costretta a realizzare una serie di ritratti di prigionieri che il dottor Josef Mengele intendeva utilizzare per meglio propagandare le sue idee sulle differenze tra le razze. Oggi quei ritratti sono in possesso di un museo polacco che si ostina a non restituirli alla sua autrice, nonostante le varie richieste. La storia, pur nella sua semplicità, rappresenta un ottima prova d’autore da parte di due decani del fumetto americano.

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