Banner del nuovo progetto SPECIALE: 210 ANNI DALLA NASCITA  di EDGAR ALLAN POE (1809)
L’illustrazione di questo banner promozionale è di Silvano Beltramo, che si ringrazia.
© degli aventi diritti

Ad un anno dalla ricorrenza dei 210 anni dalla nascita di Edgar Allan Poe (19 gennaio 2019) ci avviamo, entro questo mese, alla conclusione del nostro SPECIALE a lui dedicato.
Oggi presentiamo uno dei collaboratori più assidui di FUMETTOMANIA, che la sostiene a distanza anche come socio: Cesare Giombetti.

Continuate a seguirci e a condividere i nostri progetti
Mario Benenati , ideatore dei progetti dell’associazione culturale Fumettomania


210 anni dalla nascita di EDGAR ALLAN POE (1809, 19 gennaio)
– UNDICESIMA PUNTATA –

CESARE GIOMBETTI
presenta:
LA SFINGE

Laothoe_populi_MHNT_dorsal side_RID
File source: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Laothoe_populi_MHNT_dos.jpg

Je compris que ce n’est pas le monde physique seul qui diffère de l’aspect sous lequel nous le voyons;

que toute réalité est peut-être aussi dissemblable de celle que nous croyons percevoir directement,

que les arbres, le soleil et le ciel ne seraient pas tels que nous les voyons,

s’ils étaient connus par des êtres ayant des yeux autrement constitués que les nôtres,

ou bien possédant pour cette besogne des organes autres que des yeux et qui donneraient des arbres,

du ciel et du soleil des équivalents mais non visuels.”

(M. Proust: Le Côté de Guermantes)

INTRODUZIONE

Questo racconto è parte di una breve raccolta, e in una nuova traduzione, di tre racconti di Poe fra i meno noti e probabilmente meno “amabili” rispetto ai più famosi racconti dell’orrore o rispetto ai gialli. Questo perché si tratta di racconti grotteschi, paradossali e spesso ascrivibili al puro non-senso.

Furono però racconti che, letti la prima volta molti anni or sono, catturarono comunque e non poco la mia attenzione.

Sono tre racconti legati da un filo comune, ovvero la distorsione della percezione e che sono molto all’avanguardia rispetto ad alcune tematiche della filosofia, della logica e dell’estetica (nel senso primordiale di scienza dei sensi).

In effetti già dire che si tratti di una distorsione della percezione, falsa il terreno. La percezione che noi abbiamo è di distorsione, ma rispetto a ciò che riteniamo che debba essere percepito. Ma è così logico e chiaro che solo qualcosa debba essere percepito e non qualcos’altro?

Due racconti (La sfinge e Gli occhiali) in effetti parlano di questo, ma un altro si spinge invece verso la filosofia del linguaggio (X-ando un paragrapo) e i paradossi logici implicati.

Byam Shaw's illustration for Poe's The Spectacles in "Selected Tales of Mystery" (London : Sidgwick & Jackson, 1909) on the page to face p. 306 with caption "I amused myself by observing the audience"
Byam Shaw’s illustration for Poe’s The Spectacles in “Selected Tales of Mystery” (London : Sidgwick & Jackson, 1909) on the page to face p. 306 with caption “I amused myself by observing the audience”

Tutti però afferiscono al vecchio problema filosofico, che ultimamente – non a caso credo – ha avuto fortuna cinematografica e in genere nel campo della fantascienza (L’esercito delle 12 scimmie, Inception, Matrix, ecc.)

Cosa è vero?

È qualcosa vero?

Ha senso parlare di verità?

Quando qualcosa si può definire vero?

Siamo abituati alla logica matematica e scientifica, ma è spesso dimostrato che le regole scientifiche mutano. Allora quando qualcosa è vero? Quando si possano provare con metodo scientifico? Allora si può dire che la verità è mutevole? O che la verità sta solo nel metodo e non nell’oggetto dell’analisi?

Possono sembrare a molti ragionamenti sterili o sofismi o giochi logici, ma puramente teorici e senza applicazione pratica.

E invece tutti questi ragionamenti hanno delle applicazioni pratiche, morali e politico-sociali, se non psicologiche. Hanno, insomma, degli effetti nella vita di tutti i giorni.

Hanno effetti, per esempio, sul rapporto con l’intelligenza artificiale e dunque sull’automazione e sulla qualità di vita sul lavoro o sul grado di occupazione e dunque sulla salute sociale dei popoli. Ma anche del nostro rapporto con l’automazione e con i cambiamenti delle abilità umane.

Immaginiamo, per esempio, che una teoria attualmente in voga a causa delle nuove forme di comunicazione (social e simili), come quella dei vaccini che generano l’autismo, o quella che asserisce che la Terra sia piatta, attecchisse più di quanto già non accada e divenisse totale, condivisa da tutti o quasi. Oggi si dibatte di quale sia la verità, se quella del metodo scientifico o quella degli oppositori che affermano che dietro le teorie scientifiche vi siano dei complotti o degli interessi di poteri forti di varia natura. E, di norma, è ancora pacifico che il metodo scientifico sia un buon metodo e che la verità debba passare da lì. Ma se tutti meno che sei (o un numero minimo a caso) si convincessero della teoria propugnata via social, potrebbero con serenità ancora i sei asserire che la verità sia la loro perché seguono il metodo scientifico o si imporrebbe l’altra come verità perché comunque in qualche modo funzionante. Se, per esempio, ci fossero più morti per morbillo, tutti (meno i sei) sarebbero convinti – senza bisogno di prove – di aver evitato tanti casi autismo e che i casi di morbillo dichiarati siano una finzione e, in qualche modo, funzionerebbe comunque. E lo stesso varrebbe per le teorie sulla Terra piatta, o cava, o altro. Così come, in effetti, senza andare lontano, oggi la medicina occidentale si trova in una situazione difficile. Se segue il metodo scientifico, la scienza dice di dover operare nel caso x con la medicina y perché quella è la via per garantire al 90% la guarigione. E la medicina deve restare ferma su questa soluzione perché è quella più garantita dal metodo scientifico. Ma se il paziente non guarisce ed è convinto dell’effetto migliore della medicina tradizionale, o della magia, o dell’omeopatia? E se il rifiuto della medicina y e il passaggio al rito z avesse degli effetti positivi? La scienza dovrebbe continuare a prescrivere il medicinale? Cosa sarebbe ancora vero?

Come potete vedere, le applicazioni della messa in discussione di ciò che appare ovvio sono molteplici e hanno degli effetti concreti e importanti nella vita reale.

Come si diceva, il racconto X-ando un Paragrapo, pone l’accento sulla filosofia del linguaggio e sulla filosofia della mente e dunque sulle forme di intelligenza artificiale che soprattutto negli ultimissimi anni sono diventate parte integrante delle nostre vite, fino a sostituire delle funzioni prima riservate al nostro cervello. Si tratta di un tema attualissimo e che soprattutto sarà fondamentale negli anni a venire. Quanto l’intelligenza artificiale può sostituire quella “naturale” e come può farlo? O non può proprio sostituire nessuna intelligenza e quello che vediamo non è un’intelligenza, ma un’emulazione? E, qualsiasi cosa sia, quanto è un bene che venga utilizzata, o quando è un bene? Quanto e come queste interverranno nel mondo del lavoro e quanto e come l’uomo dovrà o potrà reagire per evitare perdite di posti di lavoro o di qualità specifica?

Nel frattempo, ed è una notizia apparsa proprio mentre scrivevo questa introduzione, si inventano i robot organici, ovvero gli organismi programmabili, per dare l’idea di quanto il concetto di vero sia estensibile. In questo caso cosa sarebbe vero? Un robot organico sarebbe più vero di uno non?

Qui la notizia: https://www.independent.co.uk/life-style/gadgets-and-tech/news/living-robots-xenobots-living-cells-frog-embryos-a9282251.html

Il racconto è anche stimolante perché affronta anche il tema della arbitrarietà (e sostituibilità dunque) delle parole. Il racconto è del 1849 e anticipa in qualche modo le lezioni dei primi del ‘900 di De Saussure, oltre a riportarci all’annoso dibattito medievale sul fatto che i nomi siano o meno “substantia rerum”. Scegliamo delle parole perché hanno in sé dei suoni con un significato particolare o ogni lingua sceglie arbitrariamente e dunque ogni suono può andar bene e non esistono suoni che richiamano alla cupezza o all’allegria?

Ovviamente non tutte queste riflessioni sono esplicite per Poe. Nel caso de La sfinge è palese e dichiarato che ci sia uno studio precedente, mentre nel caso di X-ando un Paragrapo si tratta di implicazioni stimolate dal racconto, ma probabilmente non presenti, o non consciamente, nel pensiero di Poe.

Nel caso de Gli occhiali siamo di nuovo di fronte a una palese riflessione sulla percezione e sulle distorsioni e sul vero dunque, che, chiaramente, riportano alla produzione “nera” e “gialla” di Poe. Le apparenze ingannano spesso e, per risolvere un crimine, si deve guardare oltre. Ma allora cosa è vero, ciò che emerge, che appare, o ciò che solo pochi sanno vedere? Ciò che è incubo, sogno, ossessione? Di solito, d’istinto, diremmo che ciò che si sogna non è reale. Ma nessuno credo negherebbe che il sogno che sogniamo sia, e che dunque sia reale in quanto sogno. Non è un’invenzione. Il sogno e l’incubo esistono, ma scegliamo di escluderli da ciò che riteniamo realtà qualificata. Allo stesso modo la follia, che permea tanti dei racconti di Poe. Di solito neghiamo che l’ossessione di un folle sia reale, ma allo stesso tempo, quella è una realtà, l’unica esistente nella testa del folle, con la sua logica e con le sue conseguenze pratiche, e dunque assolutamente concreta quanto l’altra realtà, quella “normale, o, per meglio dire, con le molteplici realtà, proprio perché di norma si concorda sulla matematica (ma abbiamo visto che anche questo è opinabile), ma spesso abbiamo tante percezioni diverse di tante cose, specialmente se queste non coinvolgano un “contratto sociale”, un accordo, una convenzione. Basti pensare alle variegate idee religiose, politiche, sui tanti gusti estetici. Anche laddove vi sia un contratto poi, come nel caso delle leggi, queste investono di norma un solo popolo e i vari cittadini in genere non concordano su tutte le leggi anche quando queste siano rispettate.

Il racconto Gli occhiali di nuovo ci riporta sulla questione della verità relativa, che cambia in funzione della diversa percezione. È qui interessante come si stabilisca che si debba vedere distintamente, secondo un parametro dato dalla maggioranza e quello sia considerato il vero. Mentre, in caso di scambio di persona per via dell’assenza degli occhiali, si dica che si sia scambiato il falso per il vero, perché quella persona È Mario e tu l’hai scambiata per Matteo. Però in tanti vedono sfocato e, prima dell’invenzione degli occhiali, quella era l’unica realtà possibile per un miope o per un presbite. Lo sfocato era l’unica percezione a loro concessa e dunque gli scambi di persona erano all’ordine del giorno probabilmente. E quella era una realtà, la loro. Una realtà che trascendeva le categorie degli altri e ne creava delle altre. Oggi noi pensiamo che un miope non sappia riconoscere Mario da Matteo, ma, prima dell’invenzione degli occhiali, i miopi probabilmente ragionavano diversamente, così come capita a un ipovedente oggi, con un’attenzione minore verso gli schemi e le categorie. Ho una persona davanti e non mi affretto a identificarla. Quell’urgenza di identificare non necessariamente è così logica. È un’altra logica. In questo senso questo tema è attualissimo se applicato alla questione morale delle varie disabilità. Spesso la disabilità è data dal confronto con la realtà considerata tale. Ma sia le disabilità psichiche che quelle fisiche portano a pensare altre realtà, che fatichiamo a classificare come altrettanto dignitose. Fatichiamo a dare lo status di realtà alle altre realtà perché naturalmente non riusciamo a gestirne facilmente tante e dobbiamo semplificare. Ma poi questo porta a sceglierne sempre una che starà stretta rispetto alla propria.

Qui trovate il racconto La sfinge, da me tradotto e messo in voce e rivisto da Gaetano Marino.

Qui in versione audio: https://quartaradio.it/podcast/la-sfinge-un-racconto-di-edgar-allan-poe/

LA SFINGE

Durante il regno del terrore del Colera a New York, accettai l’invito di un parente a passare due settimane con lui nella sua casa di campagna sulla riva dell’Hudson . Avevamo in quel luogo tutto ciò che poteva servire per il divertimento estivo; girovagando nei boschi, disegnando, andando in barca, pescando, facendo il bagno nel fiume.

Grazie alla musica e ai libri, avremmo passato un bel periodo, se non fosse stato per la consapevolezza del terrore che stava colpendo la città, e che ci raggiungeva ogni giorno.

Non passava giorno che non ci portasse notizie del decesso di qualche conoscente. E come le morti aumentavano, ci abituavamo all’idea di avere quotidianamente la perdita di un amico. Dopo un po’ iniziammo a tremare all’arrivo di qualsiasi messaggero. Il vento che proveniva da mezzogiorno ci pareva che avesse un olezzo di morte. Quel pensiero paralizzante prendeva interamente possesso della mia anima. Non potevo neanche parlare, né sognare, né altro. 

Il mio ospite aveva un carattere meno eccitabile e, sebbene di umore decisamente depresso, si adoperava per sostenere il mio. Il suo intelletto filosofico non era mai colpito da ciò che non fosse reale. Al terrore in sé era sufficientemente sensibile, ma nei confronti delle sue ombre non aveva nessuna apprensione.

I suoi tentativi di risvegliarmi dall’anormale oscurità nella quale ero piombato, erano frustrati, in gran misura, da certi volumi che avevo trovato nella sua biblioteca personale. Codesti volumi avevano un carattere tale da forzare la germinazione di qualsivoglia seme di superstizione che giacesse latente nel mio petto. Passavo il tempo a leggere quei libri, ma senza avere la sua cultura, e così, spesso, egli non riusciva a spiegarsi il potente effetto che essi avevano avuto sulla mia fantasia.

Uno dei miei argomenti preferiti era la credenza popolare nei presagi – una credenza che, in quel periodo della mia vita, ero alquanto seriamente disposto a difendere. Su questo tema avevamo avuto lunghe e animate discussioni; egli manteneva la sua profonda mancanza di fede in codeste materie, mentre io asserivo che un sentimento popolare che emergesse con assoluta spontaneità – ovvero senza apparente traccia di suggestione alcuna – avrebbe avuto in sé gli elementi inconfutabili della verità, e i titoli per essere degno di rispetto quanto l’intuizione eccentrica di un genio.

Il fatto è che, poco dopo il mio arrivo alla casa di villeggiatura, mi accadde un incidente così inspiegabile, che aveva in sé un carattere portentoso tale che mi si sarebbe potuto perdonare d’averlo considerato un presagio. Esso mi turbò, e allo stesso tempo mi confuse e disorientò, sì che dovettero passare vari giorni prima di poter essere in grado di comunicare quelle circostanze al mio amico.

Verso la fine di una giornata estremamente calda, ero seduto col mio libro nelle mani, di fronte a una finestra aperta; una posizione privilegiata, che offriva uno sguardo ampio sulle rive del fiume: la vista di una collina lontana, il cui versante a me più prossimo era stato denudato da una frana della porzione principale dei suoi alberi. I miei pensieri avevano vagato a lungo dal volume di fronte a me allo sconforto e alla desolazione della città vicina. Sollevai gli occhi dalla pagina e questi caddero sul versante spoglio della collina, e in particolare su un oggetto – su una sorta di mostro vivente dalla conformazione orripilante, che rapidamente si fece strada dalla cima alla base dell’altura, sparendo infine nella fitta foresta, al di sotto. 

Come la creatura si palesò la prima volta, dubitai della mia lucidità – e passarono molti minuti prima di riuscire a convincermi che non fossi matto, o che non stessi sognando. Ancora oggi, quando descrivo quel mostro (che vidi distintamente e che osservai per tutto il periodo del suo avanzare), cari lettori, ho paura che possa essere più difficile convincervi di questi fatti, più di quanto già non fosse stato con me stesso.

Stimando le dimensioni della creatura tramite una comparazione col diametro dei larghi alberi che essa aveva appena superato – i pochi giganti della foresta sopravvissuti alla furia della frana – arrivai alla conclusione che dovesse essere più grande di ogni vascello mai esistito. E dico vascello perché la forma del mostro ne suggeriva l’idea – lo scafo di uno dei nostri da settantaquattro cannoni potrebbe dare un’idea generale della grandezza. La bocca dell’animale era posta all’estremità di una proboscide di circa diciotto-venti metri di lunghezza, larga approssimativamente quanto quella di un’elefante di media grandezza. Vicino alla base di quell’appendìce c’era un’immensa quantità di peli ispidi – più di quelli che si sarebbero potuti trovare in una ventina di pelli di bufalo; e proseguendo più in basso e lateralmente, spuntavano due zanne scintillanti, ma non come quelle dei cinghiali, di dimensioni invece infinitamente maggiori. A ogni lato della proboscide si trovava una sorta di asta gigante che si estendeva verso l’esterno, lunga dieci o dodici metri, formata aall’apparenza di puro cristallo e con la forma di un prisma perfettamente regolare – il quale rifletteva meravigliosamente i raggi del sole al tramonto. Il corpo era una sorta di cuneo con l’apice rivolto verso il terreno. Da esso partivano due paia di ali – ogni ala era lunga circa trenta metri – un paio sopra l’altro, tutte coperte di scaglie metalliche. Ogni scaglia aveva un diametro di tre o quattro metri. Gli strati inferiori e superiori delle ali erano connessi fra loro da una forte catena. Ma la principale peculiarità di questa cosa orribile era la rappresentazione di una Testa di Morto, che copriva quasi tutta la superficie del suo petto, e che era disegnata accuratamente, e colorata di un bianco abbacinante sopra il suo corpo scuro, come se fosse stata dipinta da un buon artista. Mentre osservavo il terribile animale, e soprattutto, quell’apparizione sul suo petto, con un sentimento di orrore e stupore insieme – con un presagio di un male prossimo, che mi era impossibile sedare tramite uno sforzo dell’intelletto, vidi le enormi mascelle all’estremità della proboscide aprirsi di colpo, e da esse sortì un suono fortissimo e angosciante, che colpì il mio sistema nervoso come un rintocco di una campana. E come il mostro sparì ai piedi della collina, caddi quasi privo di sensi sul pavimento.

Dopo essermi ripreso, il primo impulso fu ovviamente quello di informare il mio amico di quel che avevo visto e udito – ma non riesco a spiegare quale fu il sentimento di repulsione che alla fine mi fece desistere.

Dopo un po’ di tempo, una sera, circa tre o quattro giorni dopo l’episodio, stavamo seduti  nella stanza da dove avevo visto l’apparizione -, io occupavo lo stesso posto che guardava alla stessa finestra, ed egli poltriva sul divano accanto. La combinazione di luogo e tempo mi spinse a raccontargli ciò che avevo vissuto. Mi ascoltò fino alla fine. All’inizio rise tanto, poi scivolò in un atteggiamento grave, come se la mia follia fosse una cosa ben oltre il semplice sospetto. In quel momento ebbi una nuova visione distinta del mostro – verso il quale, con un urlo di terrore, portai la sua attenzione. Egli guardò scrupolosamente – ma rimase come se non avesse visto nulla – benché avessi descritto con ogni dettaglio il percorso della creatura, mentre si faceva strada sul versante brullo della collina.

Ora ero totalmente in allarme, sia perché avevo considerato quella visione come un presagio della mia morte sia – peggio – come se fosse un pròdromo della follia. 

Mi gettai con forza all’indietro sulla sedia, e per qualche istante seppellii il mio volto sotto le mani. Quando scoprii gli occhi, quell’apparizione non era più presente.

Il mio ospite, comunque, aveva in qualche modo ripreso il suo contegno, e mi chiese rigorosamente a proposito della conformazione della creatura visionaria. Quando lo soddisfai, egli sospirò profondamente, come se sollevato da un intollerabile fardello, e riprese a parlare, con quella che io pensai essere una sorta di calma feroce, a proposito di vari argomenti della speculazione filosofica, che furono fino a quel momento oggetto delle nostre discussioni. Ricordo come insistette in particolar modo (tra le altre cose) sull’idea che la principale fonte di errore in tutte le investigazioni umane fosse nella affidabilità della comprensione di quanto si stia sottostimando, o sovrastimando l’importanza di un oggetto, a causa meramente della errata valutazione delle sua prossimità. 

“Per stimare in maniera appropriata, per esempio”, disse, “l’influenza che sarà esercitata sull’umanità alla lunga dall’ampia diffusione della Democrazia, la distanza dall’epoca alla quale questa diffusione potrebbe essere avvenuta, non deve mancare di essere uno degli elementi della stima. Potresti dirmi un solo scrittore che abbia anche solo pensato di affrontare questa particolare branca dell’argomento e che possa essere ritenuto degno di considerazione”?

Qui si interruppe per un momento, si avvicinò a una libreria e tirò fuori una delle sinossi di Storia Naturale. Mi richiese quindi di scambiare il posto con lui, così che potessi distinguere meglio la rilegatura elegante del volume. Quindi spostò la mia poltrona verso la finestra, e aprì il libro proseguendo il discorso più o meno con lo stesso tono.

“A causa della vostra straordinaria minuziosità”, disse, “nella descrizione del mostro, avrei potuto non avere mai la possibilità di dimostrarvi di cosa si trattasse. Prima di tutto, permettetemi di leggervi una descrizione da scolaretto del genere Sphinx (sfeinx), della famiglia delle Crepuscularia, dell’ordine dei Lepidoptera, e della classe degli Insecta — ovvero quella degli insetti. La descrizione recita così:

“Quattro ali membranose coperte da piccole scaglie dall’apparenza metallica; la bocca forma una proboscide auto-avvolgente, prodotta da un prolungamento delle fauci, sui lati delle quali si trovano dei rudimenti di mandibole e dei palpi soffici; le ali inferiori sono unite alle superiori da una peluria ispida; le antenne hanno la forma di una mazza allungata e prismatica; l’addome è puntuto. La Sfinge testa di morto ha a volte creato terrore nel volgo, a causa di una sorta di pianto melanconico che emette, oltre all’effige della morte riprodotto sulla sua armatura”.

A quel punto chiuse il libro e si sporse in avanti sulla poltrona, ponendosi esattamente nel punto da me occupato precedentemente.

“Ah, ecco”, esclamò – “ora sta ridiscendendo il versante della collina, e devo ammettere che trattasi di una creatura dall’aspetto notevolissimo. Ma ancora non è per certo così grande o così distante quanto l’abbiate immaginato; il fatto è che l’essere che cerca di liberarsi da questo filo che qualche ragno ha tessuto sul telaio della finestra è largo circa un millimetro e mezzo ed è anche distante circa un millimetro e mezzo dalla mia pupilla”.

prima pagina del racconto la sfinge (Prima pubblicazione: gennaio 1846)
© degli aventi diritti, immagine pubblicata solo a scopo divulgativo-culturale

Cesare Giombetti

Laureato a Cagliari nel 2006 in Lingue e Culture europee ed extraeuropee con una tesi sul tema della diversità del supereroe nel fumetto statunitense. È stato responsabile editoriale Green Comm Services. Si occupa da anni di traduzione dall’inglese e diffusione del fumetto statunitense in Italia. Ha tradotto Bloody Mary di Ennis (2008), L’ira dello spettro di Fleisher (2008), JSA Classic 5 di Thomas (2009) per la Planeta DeAgostini, tradotto e curato le pubblicazioni Archivi del fumetto 1-2-3 (Daniele Tomasi Editore) e co-tradotto Cruel and unusual di J. Delano (2012, Green Comm Services).

Si è occupato inoltre della cura editoriale di 2020 Visions di Delano (2011, Green Comm Services). Ha curato la rubrica “Seriali sul serio”, sull’uso del seriale come strumento narrativo, per la rivista Continua… (2010/11, Daniele Tomasi Editore). È stato ideatore e organizzatore della rassegna di incontri con autori e operatori del fumetto Crêpes Dessinées, che si è tenuta a Cagliari fino al 2011 raggiungendo le 5 edizioni annuali. Attualmente, nel poco tempo libero a disposizione tra un cambio pannolino e l’altro (non perché nel frattempo sia invecchiato così tanto da diventare incontinente) scrive qualche breve saggio sul fumetto per Fumettomania, per European Comics Journal, traduce libri, London Macabre di Savile e un libro di ricette e si è anche dato alla scrittura di un radiodramma, Problems , ed all’attività di agente letterario. Per Dana editore sarà  infatti pubblicato il primo romanzo di J. Delano.

Biografia di Edgar Allan Poe• 
Tormenti e visioni

Per gentile concessione del sito Biografie online, che si ringrazia.
(Il sito della biografia originale è
https://biografieonline.it/biografia-edgar-allan-poe)

  • Edgar Allan Poe nasce il 19 gennaio 1809 a Boston, da David Poe ed Elizabeth Arnold, attori girovaghi di modeste condizioni economiche. Il padre abbandona la famiglia quando Edgar è ancora piccolo; quando dopo poco muore anche la madre, viene adottato in maniera non ufficiale da John Allan, ricco mercante della Virginia. Da qui l’aggiunta del cognome Allan a quello originale.
  • Trasferitosi a Londra per questioni commerciali il giovane Poe frequenta scuole private per poi ritornare a Richmond nel 1820. Nel 1826 si iscrive all’università della Virginia dove però comincia ad affiancare agli studi il gioco d’azzardo. Indebitatosi in maniera inusitata, il patrigno si rifiuta di pagare i debiti obbligandolo in questo modo ad abbandonare gli studi per cercarsi un lavoro e far fronte alle numerose spese. Da quel momento iniziano forti incomprensioni fra i due fino a spingere il futuro scrittore ad abbandonare la casa per raggiungere Boston, e da lì arruolarsi nell’esercito.
  • Nel 1829 pubblica in modo anonimo “Tamerlane and other poems”, e con il suo nome “Al Aaraaf, Tamerlane and minor poems”. Nel contempo, lasciato l’esercito, si trasferisce presso parenti a Baltimora.
  • Nel 1830 si iscrive all’accademia militare di West Point per farsi però ben presto espellere per aver disobbedito agli ordini. In questi anni Poe continua a scrivere versi satirici. Nel 1832 arrivano i primi successi come scrittore che lo portano nel 1835 ad ottenere la direzione del “Southern Literary Messenger” di Richmond.
  • Il padre adottivo muore senza lasciare alcuna eredità al figlioccio.
  • Poco dopo, all’età di 27 anni, Edgar Allan Poe sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne. E’ questo un periodo nel quale pubblica innumerevoli articoli, racconti e poesie, senza però ottenere grandi guadagni.
  • In cerca di miglior fortuna decide di trasferirsi a New York. Dal 1939 al 1940 è redattore del “Gentleman’s magazine”, mentre contemporaneamente escono i suoi “Tales of the grotesque and arabesque” che gli procurano una fama notevole.
  • Le sue capacità di redattore erano tali che gli permettevano ogni volta che approdava ad un giornale di raddoppiarne o quadruplicarne le vendite. Nel 1841 passa a dirigere il “Graham’s magazine”. Due anni più tardi le cattive condizioni di salute della moglie Virginia e le difficoltà lavorative, lo portano a dedicarsi con sempre maggior accanimento al bere e, nonostante la pubblicazione di nuovi racconti, le sue condizioni economiche restano sempre precarie.
  • Nel 1844 Poe inizia la serie di “Marginalia”, escono i “Tales” ed ottiene grande successo con la poesia “The Raven”. Le cose sembrano andare per il meglio, soprattutto quando nel 1845 diventa prima redattore, poi proprietario del “Broadway Journal”.
  • Ben presto la reputazione raggiunta viene però compromessa da accuse di plagio, portando Edgar Allan Poe verso una profonda depressione nervosa che, unita alle difficoltà economiche, lo portano a cessare le pubblicazioni del suo giornale.
  • Trasferitosi a Fordham, seriamente malato ed in condizioni di povertà, continua a pubblicare articoli e racconti pur non ottenendo mai vera fama in patria; il suo nome invece comincia a farsi notare in Europa e soprattutto in Francia.
  • Nel 1847 la morte di Virginia segna una pesante ricaduta della salute di Poe, che però non lo distoglie dal continuare a scrivere. La sua dedizione all’alcolismo raggiunge il limite: trovato in stato di semi incoscienza e delirante a Baltimore, Edgar Allan Poe muore il 7 ottobre 1849.
  • Nonostante la vita tormentata e disordinata l’opera di Poe costituisce un corpus sorprendentemente nutrito: almeno 70 racconti, di cui uno lungo quanto un romanzo – The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket (1838: in italiano, “Le avventure di Gordon Pym“) – circa 50 poesie, almeno 800 pagine di articoli critici (una notevole mole di recensioni che ne fa uno dei critici letterari più maturi dell’epoca), alcuni saggi – The Philosophy of Composition (1846), The Rationale of Verse (1848) e The Poetic Principle (1849) – ed un poemetto in prosa di alta Filosofia – Eureka (1848) – nel quale l’autore cerca di dimostrare, con l’aiuto della Fisica e dell’Astronomia, l’avvicinamento e l’identificazione dell’Uomo con Dio.

logo dello spettacolo teatrale “Project Poe”, a cura della STEREOTOMY - The Alan Parsons Project Tribute Band

STEREOTOMY
The Alan Parsons Project Tribute Band

Biografia

Gruppo composto da 9 elementi provenienti da diverse esperienze musicali.
Si esibiscono in locali e teatri portando in concerto il sound del maestro degli ingegneri del suono Mr. Alan Parsons, noto per aver realizzato il sound del famosissimo capolavoro dei Pink Floyd “The dark side of the moon ” ed aver collaborato, oltre che con i Beatles, con decine di artisti che hanno fatto la storia della musica mondiale.
La band si distingue per il particolare alternarsi delle voci, caratteristica propria dell’Alan Parsons Project, che ha vantato negli anni la partecipazione di importanti nomi del panorama canoro mondiale quali ad esempio John Miles, Lenny Zakatek o Gary Brooker la voce dei Procol Harum. Ed è proprio insieme a Lenny Zakatek che gli Stereotomy hanno tenuto un concerto nel luglio 2014 a Torino, nell’ambito del Parsons Day, evento dedicato ai fan dell’Alan Parsons Project ancora oggi numerosi.

La band, nel tempo, si è anche cimentata in spettacoli teatrali quali il “Project Poe” e l’“I Robot Project” ispirati alle musiche dell’Alan Parsons Project ed ai racconti di Edgar Allan Poe nel primo caso e di Isaac Asimov nel secondo, nonché in concerti/spettacolo tematici, come “Eye in the Sky-Emozioni oltre il cielo”, ovvero, un viaggio musicale tra le stelle.

NOTA BENE: L’immagine del banner, di questo speciale, ci è stato concesso gratuitamente dalla STEREOTOMY – The Alan Parsons Project Tribute Band che ringraziamo (insieme all’autore dell’illustrazione Silvano Beltramo) e della quale IN OGNI PUNTATA proporremo il LOGO ed una breve BIOGRAFIA.

Questo SPECIALE è composto dai seguenti articoli:

Prima puntata – https://www.fumettomaniafactory.net/2019/11/02/silvano-beltramo-omaggia-edgar-allan-poe/

Seconda puntata – https://www.fumettomaniafactory.net/2019/11/09/project-poe-di-stereotomy-the-alan-parsons-project-tribute-band/

Terza puntatahttps://www.fumettomaniafactory.net/2019/11/16/alessando-boni-8-illustrazioni-per-omaggiare-allan-poe/

Quarta puntatahttps://www.fumettomaniafactory.net/2019/11/23/un-omaggio-ad-allan-poe-con-un-poker-di-illustrazione-di-abigail-larson/

Quinta puntatahttps://www.fumettomaniafactory.net/2019/11/30/il-gatto-nero-un-tributo-a-edgar-allan-poe-di-giancarlo-rizzo/

Sesta puntata – https://www.fumettomaniafactory.net/2019/12/07/il-corvo-un-tributo-ad-edgar-allan-poe-di-antonio-barreca/

Settima puntatahttps://www.fumettomaniafactory.net/2019/12/14/210-candeline-per-edgar-allan-poe-un-tributo-di-roberto-fiaschi/

Ottava puntata –
 https://www.fumettomaniafactory.net/2019/12/21/analogie-tra-battaglia-e-poe-di-vittoria-ceriani/

Nona puntatahttps://www.fumettomaniafactory.net/2019/12/28/raven-nevermore-brexit-red-by-kate-charlesworth/

DECIMA PUNTATA – https://www.fumettomaniafactory.net/2020/01/04/ritratto-di-edgar-allan-poe-di-lorenzo-barruscotto/

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