Maggio 1950: Kinowa, giustiziere mascherato

di Carlo Scaringi

ct11_10 - Copertina di un albo di Kinowa
Copertina di un albo di Kinowa. Per gentile concessione

Il mondo dell’immaginario è fin troppo ricco di personaggi in maschera, da Zorro a Fantomas, da Phantom (non a caso divenuto in Italia l’Uomo Mascherato) a Batman, e così via. Nella maggior parte dei casi la maschera diventa quasi un simbolo di giustizia, perché dietro il travestimento si nascondono individui che agiscono spinti da un profondo senso di onestà. Anche nel mondo del West, soprattutto quello disegnato, non mancano eroi in maschera, da Lone Ranger, il cavaliere solitario degli anni Trenta, a Maschera Nera, a Zagor, che tuttavia si muove in un mondo più fantastico che reale. Uno dei più popolari, che più di tutti raccoglie gli “ingredienti” che fanno amare un vendicatore mascherato, è Kinowa, protagonista di un fumetto mensile, pubblicato dal maggio 1950 al marzo 1953, dalle edizioni Mediolanum e poi ristampato più volte dalla Dardo.La storia di Kinowa è stata inventata da Andrea Lavezzolo, scrittore e sceneggiatore bravo e prolifico quanto il suo coetaneo Gianluigi Bonelli.
Protagonista della storia è Sam Boyle, un rude uomo del West che aveva avuto la disgrazia di essere stato scotennato dai pellerossa, che gli uccisero la moglie e rapirono il figlioletto Jack. Scampato all’eccidio, Sam Boyle giurò di vendicarsi, iniziando una feroce e personale guerra contro gli indiani. Nascosto dietro una maschera demoniaca e urlando a gran voce “Kinowa, Kinowa”, ha portato per anni il terrore negli accampamenti indiani. Poi la scoperta che in mezzo alle tribù che stava combattendo c’era un “indiano bianco” gli avrebbe cambiato la vita. Dietro il giovane e coraggioso Penna Rossa, guerriero dalla pelle chiara, si nascondeva infatti il figlio del cow boy. Sarebbero occorsi molti episodi, e aspri scontri tra padre e figlio, prima di scoprire la verità, con l’indiano – a lungo incerto tra la fedeltà alla tribù che lo aveva allevato e il richiamo del padre – che alla fine decide di tornare tra i bianchi assumendo il nome di Silver Jack. La storia di Kinowa – dopo questa prima parte che sembra uscita da un romanzone d’appendice dell’Ottocento – continua con avventure tra realtà e magia, tra fantasia e violenza, sempre immersa nei più classici scenari western. All’inizio la collana venne disegnata dalla EsseGesse, tre autori torinesi (Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon, Pietro Sartoris), cui si devono personaggi indimenticabili del West all’italiana. Dopo una cinquantina di albi, il terzetto abbandonò il lavoro, forse perché non condivideva l’eccessiva carica di violenza presente in alcuni episodi, ma probabilmente perché stava già preparando, con testi e disegni, il ciclo di Capitan Miki, apparso nel 1951. Furono sostituiti da Pietro Gamba, mentre Lavezzolo continuava a scrivere i testi. Rilette a distanza di decenni, le avventure di Kinowa appaiono qua e là un po’ scontate, talora assai ingenue e spesso aspre e violente, con i pellerossa sempre pronti a torturare e scotennare, ma anche con Kinowa egualmente spietato. Quando si toglie la maschera, Sam Boyle diventa un tranquillo cow boy del West più tradizionale e anche Silver Jack o Long Rifle (il tipico vecchietto del cinema western) non escono dai confini di uno schema fin troppo di maniera. Ma è nella parte iniziale, dove si mescolano tutti i più classici ingredienti del feuilleton ottocentesco, che Kinowa riesce a catturare l’attenzione dei lettori, per lo più ragazzi non ancora smaliziati dall’influsso del cinema e dei telefilm.

Per saperne di più

Cover kinowa n-1-1964 quarta edizione, formato libretto
Cover kinowa n-1-1964 quarta edizione, formato libretto

Negli anni del dopoguerra il fumetto italiano ha proposto decine di personaggi, soprattutto western e polizieschi, invariabilmente inseriti in scenari esotici. Tranne il ciclo di Sciuscià – tre scugnizzi napoletani, Nico, Fiammetta e Pantera, che risalgono la Penisola al seguito degli Alleati – quasi tutti gli altri eroi sono stranieri, al massimo italo-americani. Anche Andrea Lavezzolo, al pari di papà Bonelli, ha rispettato questa “legge”. Dalla sua fantasia sono scaturiti Gim Toro e Tony Falco, Geki Dor e il Piccolo Ranger, e altri, passando dagli avventurieri delle casbah nordafricane ai cinesi delle società segrete di San Francisco. Nato nel 1905 a Parigi e morto nel 1981, Lavezzolo è vissuto quasi sempre sulla Riviera Ligure, viaggiando, come Salgari, unicamente con la fantasia. Ma nei suoi racconti la realtà storica e geografica era sempre rispettata, e quando qualcuno cercava di metterlo in difficoltà, se la cavava con arguzia. Come fece quando spiegò il nome di Kinowa, da lui dato allo spietato nemico dei pellerossa: significa, disse, “alla ricerca dello scalpo perduto”, e per rendere più credibile questa affermazione, aggiunse, tutto serio: “me lo ha detto uno stregone indiano”.

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