L’ultima spettacolare intervista di questo anno straordinario, è con una Leggenda dei comics!
Oggi Filippo Marzo (alla sua ventunesima intervista) ha come ospite lo scrittore che ha ridefinito i comics degli anni 80 e 90, la leggenda che ha portato gli X-Men a vette di vendita mai raggiunte negli USA.
Signori e Signore concludiamo il 2020 con Mr. Chris Claremont!
Buona lettura
Mario Benenati, curatore di Fumettomania Web Magazine


DIRETTAMENTE DAL NOSTRO INVIATO A MONTERREY (MESSICO),
PRESENTIAMO:

Quattro chiacchiere con

di Filippo Marzo e Fabio Butera

Filippo Marzo : Salve a tutti amici di Comics Reporter e Fumettomania, oggi abbiamo un ospite veramente illustre. Il grande scrittore Chris Claremont. È grazie a lui che abbiamo potuto leggere storie come “La saga di Fenice”, “Dio ama, l’uomo uccide”, “Vitamorte”, “Giorni di un futuro passato”, insomma, un personaggio che ha fatto veramente la storia del fumetto in Italia e nel mondo. Lo apprezziamo e lo consideriamo veramente uno dei grandi maestri. Benvenuto Mr. Claremont, grazie di essere con noi.

Chris Claremont: Oh, il piacere è tutto mio. Grazie per il vostro invito.

FM: Cominciamo con la prima domanda. Partiamo dall’ultimo progetto realizzato da Mr.Claremont: il prossimo Dicembre sarà pubblicato il “Chris Claremont Anniversary Special” in cui vedremo Mr.Claremont insieme ad altri artisti come Bill Sienkiewicz, nel raccontare storie dei loro personaggi. Puoi parlarci di questo albo speciale che uscirà a breve?

CC: Ho ricevuto una chiamata da C.B Cebulski, che è il Capo Redattore (della Marvel Comics, NdR), proprio nel bel mezzo della pandemia, che mi chiedeva: “Ti piacerebbe realizzarlo?”. Ho risposto: “Certo. Ci ho messo molto a rispondere?” e ci siamo messi a ridere. E ho cominciato a lavorarci.
Gli ho sottoposto delle idee e Gli sono piaciute. Mi ha, quindi, assegnato ad un altro supervisore alla Marvel, per essere precisi il supervisore degli X-Men, ed abbiamo cominciato a dare forma al lavoro già svolto.

Allo stato attuale ha già una sua struttura definita, ma dobbiamo ancora individuare due dei quattro artisti che lo realizzeranno. Ne abbiamo due, ne servono altrettanti. Quindi aspetto notizie dai supervisori su come procederà il progetto da ora in poi. Bill disegnerà la sequenza di cui abbiamo dato un indizio nel nostro “New Mutants Special”, che abbiamo realizzato lo scorso anno, alla fine dello scorso anno, in cui Hela dice a Dani Moonstar : “Tu sei una delle mie Valchirie, nonostante tu dica il contrario. Rivedremo questa tua posizione”. Beh… adesso è arrivato il momento di riparlarne. Lei ed Hela avranno una discussione. E cosa ne seguirà… lo scoprirete questo Natale.

FM: Perfetto, aspetteremo con ansia l’uscita di questo volume.
Passiamo adesso alle domande che ci vengono poste dal pubblico. Cominciamo con quella di Ricardo Benicio : “Mister Claremont, c’è una delle sue storie che ricorda particolarmente? Se sì, quale?”

CC: Potrei dirvi di sì, ma poi dovrei chiarire meglio, descrivere perché ed aggiungere un’altra storia, e poi un’altra ed un’altra ancora… il dono che ho avuto dalla Marvel, dal Fato per tutti questi anni, è stato il poter lavorare a fianco di alcuni dei migliori narratori in questo campo: Frank Miller, John Bolton, John Byrne, John Buscema, John Romita, John Romita Jr, Bill Sienkiewicz e di avere alcuni dei migliori personaggi della Marvel, non soltanto quelli creati da Stan Lee e Jack Kirby, ma quelli creati da Len Wein e Dave Cockrum a cui ho dato forma, altri creati direttamente da me. Posso dire di aver avuto molta fortuna sia con la Marvel, sia con le storie che ho raccontato, sia con le persone con cui ho lavorato.

Suppongo, quindi , che la risposta più corretta alla domanda “Qual è la tua storia preferita tra quelle che hai realizzato?” sia “Quella che non ho ancora scritto” perché questo implica guardare avanti. Analizzare cosa sia stato fatto, è il vostro lavoro (di lettori, NdR).

FM: Benissimo. Continuiamo con le domande che ci vengono poste dal pubblico. Questa volta è quella di Federico Novadef Russo. Ti chiede: “C’è invece qualcosa nella sua lunga run degli X-Men, che avrebbe voluto cambiare? Se sì, che cosa?”

CC: Beh, onestamente… mi piacerebbe cambiare la decisone che fu presa nel 1991 quando io e la Marvel ci siamo separati per cinque anni.
Penso che, guardandomi indietro, sarebbe stato più interessante restare e scoprire dove saremmo andati io e gli X-Men, se non me ne fossi andato, anche perché la mia intenzione all’epoca era davvero semplice.

Il numero uno di “X-Men” ha avuto il primato di migliori vendite per un numero d’esordio, per quel che riguarda l’epoca moderna della storia dei fumetti americani. 7,9 milioni di copie. È nel libro dei primati. Ma ciò che pensavo era: “Okay, abbiamo realizzato quasi otto milioni di copie con il primo numero, cosa succederebbe se riuscissimo ad arrivare al numero dodici con, magari anche un milione di copie per episodio? O anche 750.000 o 1,2 milioni?” Questo per me avrebbe costituito un punto di svolta. Questo avrebbe costituito un successo consolidato. Una tendenza che avrebbe potuto essere usata come base per vendere anche più copie nel ’92, nel ’93 e nel ’94. E se io… se noi fossimo stati capaci di gestire questo aspetto, forse il crollo delle vendite subito nella metà degli anni ’90 avrebbe avuto un impatto minore. Chi può dirlo?

Questo penso che sia il mio più grande rimpianto, almeno dal punto di vista commerciale, per quel che riguarda il mio rapporto con la Marvel e gli X-Men. Tuttavia, sfortunatamente, non possiamo cambiare la storia: non ho a disposizione un Tardis.

FM: Benissimo. Continuiamo con le domande che ci vengono poste dal pubblico. Questa volta è il turno di Alfonso Verdicchio, che ci chiede “Chris, tra gli altri personaggi che hai scritto, ci sono le tue storie sui Fantastici Quattro. Cosa puoi raccontarci di quel periodo?

CC: Quelle che ho scritto con Salvador Larroca? Quello di Fantastic Four è il titolo che mi ha appassionato al mondo dei fumetti americani quando ancora mi trovavo alle scuole superiori. Avevo 17 o 16 anni. Stavo passeggiando per strada e mi fermai dal nostro edicolante e comprai una copia dei Fantastici Quattro. Era il numero 48, l’inizio della Trilogia dell’avvento di Galactus; C’erano l’Osservatore, Silver Surfer e i Fantastici Quattro.
La mia reazione fu “Santo cielo! Sembra strepitoso! Che succederà adesso?”
Quindi i Fantastici Quattro hanno sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. In parte perché Jack Kirby era un’artista splendido, in parte perché Stan Lee è stata la persona che mi ha assunto. Se sono qui, è grazie a Stan. Immagino volessi seguire le sue orme, sui Fantastici Quattro, giocando con i personaggi e divertendomi.

Quando ritornai alla Marvel nel 1998, non volevo neanche avvicinarmi agli X-Men. Avevo chiuso con loro. Altre persone avevano continuato a scriverli, da quando me ne ero andato, non avevo intenzione di andare a gareggiare nel loro campo da gioco. Ma i Fantastici Quattro? Dozzine di sceneggiatori li avevano già realizzati. Ma lo standard che avrei voluto usare come riferimento, e penso fosse lo stesso per Salvador, era quello di Stan e Jack.
Come avremmo potuto realizzare storie a quel livello?
Come avremmo potuto raggiungere quel livello di intrattenimento?
È stato meraviglioso, specie nella mia parte preferita del ciclo in cui Reed e il Dottor Destino si scambiano i ruoli, in modo tale che Doom fosse bloccato fuori dalla sua armatura e Reed fosse bloccato dentro la sua armatura. A quel punto sposa Sue, che diventa la Baronessa Von Doom. Ma scopriamo che l’armatura sta lentamente, gradualmente e forse in maniera irreversibile, infettando Reed. Seducendolo e portandolo al lato oscuro della Forza, se vogliamo usare questa espressione. E per me quella sarebbe stata, se ne avessi avuto l’opportunità, una storia che avrei portato avanti il più a lungo possibile. Sfortunatamente Bobby Chase aveva altre idee e mi è toccato andare a salvare gli X-Men, ancora una volta. 

FM: Altra domanda, riguardante questa volta, una delle tue storie più apprezzate. La run intitolata “Vitamorte”, recentemente ripubblicata in Italia, illustrata sapientemente dal maestro Barry Windsor-Smith. Puoi raccontarci della genesi di questa storia?

CC: Ho lavorato con Barry un paio di volte, sia su storie singole, che su storie riempitive, ed è uno dei migliori artisti in circolazione e, ancora una volta, come molti degli artisti con cui ho lavorato, può davvero realizzare qualsiasi cosa. Sa realizzare i personaggi, le scene d’azione, se decide di ostinarsi nel design, può raccontare storie in un modo che non puoi ricondurre a nessun altro e rappresenta i personaggi e le situazioni in modi che, neanche io che sono lo sceneggiatore, riuscirei ad immaginare. “Vitamorte”, è un episodio dalla lunghezza doppia, dove Storm (Ororo), è stata privata dei suoi poteri. E la parte peggiore è che la persona responsabile di ciò, è, per così dire, un suo ammiratore, che se ne sta lentamente innamorando. Ed è conscio, che lei ignori che lui sia il responsabile.

Per me, il modo in cui doveva essere rappresentato al lettore quel livello di dolore e sofferenza, era in maniera visiva, in modo che arrivasse immediatamente, senza dire neanche una parola. E se guardate la scena di apertura del numero 186, dove Storm ( Ororo), giace distesa, come se fosse già abbracciata dalla morte, non ha bisogno di ulteriori parole. La sua rappresentazione artistica è già eloquente in sé. E procediamo gradualmente lungo la storia, mostrando come lei diventi vulnerabile, cada, realizzi di essere innamorata e che questa sia una situazione, un sentimento mai provato prima, arrivando al punto un cui lei stia arrivando alla consapevolezza successiva “Sono innamorata, non ho più i miei poteri, cosa faccio adesso?”, solo per scoprire che la persona che ama, è la stessa responsabile della perdita dei suoi poteri. Questo è un momento devastante!

L’idea era quella di tornare sullo stesso tema nel numero 198, nel quale lei ritorna in Africa a cercare di ritrovare la sua essenza. Ancora una volta ha perso tutto, come può averlo indietro? Dovrebbe realmente riaverlo indietro? Come potrà andare avanti con la sua vita? Non ha le risposte a queste domande, ma in quella storia abbiamo provato a raccontare un modo in cui lei guadagna nuovamente il suo punto di vista. E, ancora una volta, la descrizione visiva di Barry di quei momenti, di quella realtà, ti toglie il fiato. Non assomigli a nessun’altra rappresentazione dell’Africa o di Ororo che io avessi visto fino a quel momento. E per me è stato soltanto un “Santo cielo… tutto ciò è meraviglioso”. Ed è per questo che sono rimasto piuttosto frastornato quando non abbiamo potuto realizzare la terza parte, poiché si è dedicato alla sua storia sulle origini di Wolverine, che la Marvel ha accolto con tutto il cuore, e che in seguito ha pubblicato. Ma che ha preso interamente tutto il tempo a disposizione di Barry, facendo completamente saltare la scadenza prevista per la terza parte, il che è frustrante.

Sapete, quando stai lavorando ad una trilogia e la persona che ne è parte integrante tanto quanto te, decide di intraprendere un’altra direzione proprio a due terzi della realizzazione, c’è ben poco da fare, c’è poco che lo scrittore possa fare, se questa è la decisione dell’artista. Ma è stato ugualmente… frustrante. Ma questo è ciò che accade nel realizzare comic book, perché… quando tu in Europa realizzi una “Bande dessinée” si tratta di realizzare 48 pagine in un intero anno. Una ‘Graphic Novel” ha una periodicità annuale: avrai solo una nuova opera di Milo Manara ogni anno, probabilmente. Ma nessuno di loro avrà una cadenza mensile. Nei comics book USA siamo legati ad un ritmo di lavoro molto più intenso, molto più implacabile rispetto a quello a cui sono abituati gli autori europei. Quindi, quando un autore decide di realizzare qualcos’altro, nel bel mezzo della storia, non c’è nulla che puoi fare se non adattarti il più velocemente e, si spera, il più efficientemente possibile.

FM: Fabio, a te la parola per la prossima domanda.

Fabio Butera: Una cosa che volevamo chiedere è che, nelle tue storie, molti dei tuoi personaggi sono donne. Come mai questa scelta? Qual è il processo narrativo nello scrivere personaggi femminili così forti? 

CC: Nella scelta di scrivere di donne piuttosto che usare uomini?

FB: Sì, esattamente, perché hai descritto dei personaggi così forti come Storm, Rogue, persino Jean Grey

CC: È lo stesso identico processo, a prescindere dal genere. Si guarda alle persone che ti circondano e si prende nota dei loro comportamenti. Come dire… non c’è nulla di ‘magico’, si tratta solo di saper osservare. Ciò che mi è piaciuto maggiormente della mia visita a Lucca, lo scorso anno, è stato osservare quella moltitudine di partecipanti, che sono enormemente diversi da quelli che sono abituato a vedere qui in America. Hanno volti differenti, comportamenti differenti, modi di gesticolare o di avere a che fare con le persone… come scrittore, archivio tutte queste cose, in modo che se mi trovo davanti ad una storia che ha bisogno di un luogo specifico, in un’epoca specifica, io possa provare a trasmettere tutto questo all’artista.

E con qualcuno come Barry, sei consapevole che possa restituirti esattamente ciò che gli hai descritto. E la ragione per cui ho deciso di focalizzarmi principalmente sulle donne, è che quando ho iniziato, e stiamo parlando di 50 anni fa, questo è impressionante, nessun altro lo stava facendo. Ogni squadra creativa, sia Marvel che DC, aveva una ragazza. C’erano Marvel Girl, Invisible Girl, Supergirl, Batgirl… erano tutte ragazze. Non c’era un Batboy , un Superboy… oh, Superboy era un adolescente, ma c’era un Superman. Ora, Supergirl, può risultare un po’ più vivace di Superwoman, ma ciò implica che siano tutte ragazze. Se guardi ai Fantastici Quattro, abbiamo Mr. Fantastic, che è in grado di allungarsi incredibilmente, abbiamo la Cosa, un gigante di roccia, abbiamo la Torcia Umana, il ché si descrive da solo… è in grado di infiammarsi. E poi c’è la Ragazza Invisibile, e cosa è in grado di fare? Scomparire. Che è un potere grandioso se lo descrivi bene, ma da un punto di vista metaforico è come se rappresentasse la percezione del genere femminile nel 1962, quando Stan cominciò a lavorare sui personaggi. In seguito, acquisirà anche un campo di forza invisibile a rappresentare che può anche affrontare situazioni più aggressive, ma continua a restare invisibile.

La mia idea, dal momento che nella mia vita ho conosciuto molte donne potenti, coraggiose, forti, impegnate, è stata “Non meritano anche loro di essere eroi? Possiamo usare anche loro?”.

E, come ho detto, dal momento che nessuno stava procedendo in quella direzione, ho pensato ‘Lo farò io’. Quindi, invece di avere Marvel Girl, abbiamo riportato indietro Jean Grey, insieme a Dave Cockrum, e, essenzialmente, la abbiamo fatta evolvere in Fenice. Perché, direte voi? Perché è un nome forte! È un nome che è suo in maniera univoca, al contrario di Marvel Girl, che sembrava un personaggio secondario rispetto a Marvel Man, per così dire. È stato divertente. È sempre meglio, quando sei un creativo, lavorare con personaggi che ti piacciono, di cui un po’ ti innamori. Sia che sia Gambit, nel mio caso, o Rogue, devono essere divertenti. O, qualche volta, sono degli avversari, come Mistica, ma non è un problema. Si tratta di trovare quell’aspetto specifico con cui crei un legame, che puoi condividere, che vuoi trasmettere al pubblico e, specialmente se stai descrivendo un avversario, sia che si tratti di Magneto o di Mistica, voglio che il lettore si innamori un po’ di lui. Devi osservare Magneto e pensare “Ah… in fondo non ha poi così torto”. E se questo fa di lui in avversario, sono forse anche io tale? È come leggere Shakespeare e rendersi conto che in molte delle sue opere, i cattivi hanno le migliori battute. Hanno i migliori monologhi. E perché tutto questo? Perché Shakespeare, come ogni scrittore, vuole che il lettore si appassioni al cattivo. Perché se ti innamori un po’ dell’avversario, comprendi meglio la tentazione. Capisci meglio dove lo scrittore vuole condurti e quanto sia davvero impervio il compito dell’eroe, quanto lo sovrasti. E lo stesso vale per l’eroe, in genere.

FM: Ok, cambiamo genere di domande. Abbiamo posto questa domanda la settimana scorsa a Bill Sienkiewicz. Riguardo l’ultimo adattamento cinematografico del film “New Mutants”. Cosa ne pensi? 

CC: Bill Sienkiewicz ha un vantaggio rispetto a me: lui ha visto il film, Io non l’ho visto. Non ho alcuna idea di come sia il film, perché tutti i nostri cinema sono chiusi, a causa del Covid, e non c’è nulla di aperto nell’area di New York. Quindi per poter vedere “New Mutants” al momento della sua distribuzione, avrei dovuto fare un viaggio di quattro ore, che sarebbe costato tra i 300 e i 400 dollari soltanto di tasse e spostamenti. Quindi sto ancora aspettando di vederlo. Bill, per quanto ho capito, lo ha amato. Pensa, e in questo mi trovo d’accordo, che il cast sia eccellente, anche se io devo necessariamente dire la mia su Roberto, perché quando io e Bob McLeod lo abbiamo creato, avevamo pensato di farlo appartenere ad una etnia specifica, che rappresentasse non solo il Brasile ma anche il modo in cui le persone di colore sono trattate lì rispetto a come sono trattate in America. Scegliere un attore che sia… beh, il modo più diretto di dirlo è ‘bianco’, toglie valore a quel genere di scelta. D’altro canto, invece mi sono sentito incredibilmente soddisfatto di avere Maisie in un film e Sophie Turner in un altro. È stato come avere entrambe le parti di Game of thrones in funzione di quale dei due film stessi guardando. Quindi per me, che sono un fan della serie, sì, temo proprio di potermi definire un fan, questo è stato decisamente forte. Spero di poterlo vedere, un giorno, e spero che ne possa essere prodotto un sequel. Ma io mi occupo delle storie da cui sono tratti, non dei film, purtroppo.

FM: Allora, continuiamo visto che sei molto gentile e disponibile con le tue risposte, con la prossima domanda, quella che ti pone Dario Janese, “Volevi davvero liberarti di Scott ed uccidere Wolverine?”

CC: No, non ho mai voluto liberarmi di Scott e… si può tentare difficilmente di uccidere Wolverine: ritorna sempre indietro, anche migliorato. È parte del suo potere. La mia intenzione con Scott, specialmente quando era sposato con Madeleine e avevano avuto un bambino… vedete io guardo ai personaggi degli X-Men come se fossero delle persone reali, il che significa, credo, come potete vedere nei fumetti, che ad un certo punto della loro carriera debbano crescere e dedicarsi, per usare questo termine, alla vita reale.

Per me, parlando di Scott, questo significava scoprire chi fosse lui realmente, e parte di questo è accaduto quando ha incontrato Corsaro e i Predoni dello Spazio: scoprire che suo padre era vivo, cosa fosse accaduto a sua madre e che, scoperta fondamentale, aveva ancora dei nonni. Quindi ho pensato di farlo andare in Alaska e fargli fare ciò che fanno tutti: diventare un adulto, farlo lavorare, vivere una vita normale. Ecco perché ho mandato Kitty all’Università di Chicago, perché stava crescendo, voleva frequentare una scuola, non voleva essere una supereroina per sempre. Perché è una visione molto limitata ed egoistica della realtà.

Alcuni personaggi potrebbero restare, altri potrebbero andare via, come è accaduto a Tony Stark in Infinity Wars, o come diavolo abbiano chiamato il secondo film degli Avengers. Era tornato indietro, Pepper era viva, si sono ritirati e hanno costruito una famiglia, hanno avuto una figlia. Aveva qualcosa per cui combattere. Aveva trovato qualcosa per cui si è sacrificato spontaneamente, pur di proteggerla. Questo è eroico. Ma per me e gli X-Men, o quantomeno la mia idea di X-Men, volevo che le cose andassero avanti ad un ritmo più lento, perché, per quanto sia complicato con 500 personaggi coinvolti nella storia principale, alcuni di loro meritano un lieto fine. E il lettore merita di vedere le scelte che i personaggi compiono in funzione di ciò che può idealmente comprendere o su cui essere d’accordo, o anche essere contrariato.

Per me, avere tutti che si muovono all’interno di un piccolo ambiente è insoddisfacente perché ogni eroe si rivela essere un milionario, con l’eccezione di Bruce Wayne che è un miliardario, e quindi non devono preoccuparsi di ciò che è la vita reale: hanno così tante risorse che gli appartengono che non devono avere nulla a che fare con la gente reale. Quello che amavo della Marvel, rispetto alla DC, era che in ogni episodio sembrava che Stan e Jack avrebbero fatto interagire Thor o i Fantastici Quattro o Iron Man o chiunque altro, con persone normali. Avrebbero creato un legame tra il mondo supereroistico e quello reale. E questo aiutava i lettori ad identificarsi maggiormente con i personaggi.

E per me questa è la base fondamentale e necessaria per descrivere la realtà di queste storie. Senza questo, francamente, a chi importa? Non si ha alcuna connessione con il mondo in cui si vive, come ad esempio una persona normale, che vice in una strada normale in una città normale. Beh… io vivo negli Stati Uniti dove nulla è normale in questi giorni, quindi… come sarebbe raccontare di una storia dove una malattia ha luogo e, inaspettatamente, le persone muoiono. E forse solo una o due di queste persone che sono morte, sono super personaggi? Come reagirebbero tutti gli altri? Come reagirebbero le persone? Si cerca di trovare quindi il modo di rapportare la storia al cosiddetto mondo reale e quindi al come i personaggi reagiscono alla situazione, come la affrontano.

Questo aiuta ad influenzare il lettore in funzione del non aver nulla a che fare con i superpoteri. Qualche volta funziona, qualche volta no, altre volte fa imbestialire i responsabili in carica. Sapete immagino che Len (Wein) avesse discussioni del genere con la DC, so per certo che Marv (Wolfman) le ha avute a proposito dei Teen Titans, le ho avute io stesso con la Marvel. È un mondo diverso ora, rispetto a 50 anni fa. Il che è raccapricciante. Ma questa è la realtà in cui viviamo. Penso che il mio problema sia che sono arrivato al punto in cui io guardavo a questi personaggi come ai ‘miei personaggi’, così come ogni scrittore, e abbia dimenticato che, di base, avrei dovuto rifarmi all’affermazione originale di Stan che è “Ti sono stati assegnati questi personaggi in prestito. Puoi giocarci per un po’, ma poi devi riporli nello scaffale da cui li hai presi. E lasciare che qualcun altro possa giocarci”. Molti scrittori restano su una testata per un anno, due anni, tre anni al massimo. Io sono stato abbastanza stupido da restare per la prima parte per 20 anni e, sommandole tutte, per quasi 30 anni. Quindi penso a loro tristemente, in maniera leggermente diversa da chiunque altro, ma sono guidato dalle stesse regole, e devo comunque accettarle, sia che mi piacciano o no. 

FM: Perfetto. Mr. Claremont. Il nostro tempo a disposizione termina qui oggi. La ringraziamo e la salutiamo da parte di Comics Reporter e FumettoMania, grazie e alla prossima. Ciao.

CC: Beh, scusate se mi sono dilungato. E la cosa che posso dire quando le persone mi dicono ‘Sei una leggenda’ è ‘Non ho ancora finito’.
Ho ancora molto, almeno spero, da poter raccontare e tra la fine di questo anno ed il prossimo anno, un paio di sorprese interessanti.
Quindi restate sintonizzati e se ci sarà una Lucca l’anno prossimo… chissà?


BIOGRAFIA DI CHRIS CLAREMONT

Lo scrittore Chris Claremont ha ottenuto più successi di quanto la maggior parte degli scrittori abbia mai sognato. Le loro storie hanno raggiunto lo status di best seller, hanno vinto numerosi premi e hanno stabilito una tendenza per il settore. Anche se è meglio conosciuto per il suo lavoro sulla serie X-Men per la Marvel, ha scritto altri personaggi fondamentali come Batman e Superman; ha originato diverse serie proprie; è pubblicato in tutto il mondo in molte lingue diverse; autore di nove romanzi. I suoi originali si trovano nella Rare Book and Manuscript Library della Columbia University di New York. Il suo lavoro ha avuto un impatto su milioni di persone.

I suoi 17 anni di corsa ininterrotta su The (Uncanny) X-Men per Marvel Comics sono roba da leggenda del settore. Durante quel periodo ha preso un titolo mediocre e lo ha trasformato nel titolo dominante e più venduto del settore. La sua carriera è culminata con l’uscita del nuovo titolo, X-Men, il cui primo numero ha venduto più di 7,6 milioni di copie. Nessuno è arrivato vicino a battere questo record. Una stima prudente è che Chris abbia venduto più di 500.000.000 di fumetti in tutto il mondo. Chris è particolarmente orgoglioso delle sue creazioni, che includono Sovereign 7, una serie per adulti pubblicata per tre anni dalla DC; le fantasie storiche The Black Dragon, Marada, the Wolf Woman (con l’artista John Bolton) e Wanderers: The Winter King (con Phillip Briones).

I romanzi in prosa di Chris includono la serie di fantascienza High Frontier (First Flight, Grounded! And Sundowner, che formano una trilogia), ha co-scritto con George Lucas la trilogia fantasy Shadow War, composta da Shadow Moon, Shadow Dawn e Shadow Star, che ha continuato la storia di Elora Danan dal film Willow e ha collaborato all’antologia Wild Cards.

A breve verrà pubblicato dalla Marvel Comics il Chris Claremont: Anniversary Special, un volume celebrativo che raccoglie i suoi lavori con un inedito, in collaborazione con Bill SienkiewiczSalvador Larroca.



NOTE EXTRA

IL VIDEO DELL’INTERVISTA a CHRIS CLAREMONT

In inglese con i sottotitoli in italiano

Nel caso non appaia l’anteprima del video ecco il link da digitare e/o cliccare per vederlo sul canale YouTube di Comics Reporter.

https://youtu.be/dWQ7RSnPYX0

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BIOGRAFIA/BIOGRAPHY

Filippo Marzo nasce nel 1975, grande appassionato fin da piccolo di cartoni animati e fumetti, da Topolino a Sturmtruppen fino a Beetle Bailey. Crescendo i suoi gusti si spostano verso i super eroi e il connubio durerà per moltissimi anni.

Collaboratore con fanzine locali, diverse fan page e siti con contenuti cinematografici, visto che il cinema è un’altra sua passione. Piccolo collezionista di opere originali  è curatore di due mostre di sketchbook di disegnatori di comics negli anni ’90, sposta ancora una volta i suoi interessi verso il fumetto maturo e dai contenuti artistici sopraffini, con un occhio di riguardo alle case editrici indipendenti, come Eclipse, Tundra, Fantagraphics e Dark Horse. Fan delle opere di Bill Sienkiewicz, Mike Mignola e John Byrne. Da  qualche tempo reporter e corrispondente dall’estero per quanto riguarda Comic Convention che hanno luogo in Messico e negli Stati Uniti.

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