2000-2001 : INTERVISTA A LUCA BOSCHI

testata di fumettomania del 2010
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Finalmente dopo tanti anni ri-ospitiamo nelle nostre pagine una delle icone viventi del fumetto italiano, Luca Boschi, una personalità che cerca con i suoi post, con i suoi articoli, con la sua attività di direttore artistico di Napoli Comicon, dopo che si è allontanato definitivamente da Lucca Comics . Tra una storia per la Disney e gli impegni per l’edizione appena svoltasi di Napoli Comicon (correva l’anno 2001), l’autore ha risposto, con quella simpatia che lo contraddistigue, ad alcuni nostri quesiti.

di Mario Benenati

Mario Benenati: Questo è il decimo anno di vita della nostra associazione e l’undicesimo della fanzine. Ti ricordi il nostro n. 0, che in copertina aveva un disegno di Giuseppe Orlando e che conteneva ben sette storie a fumetti di giovani esordienti?
Luca Boschi: Ovviamente, sì! Fu un parto travagliato.
Lo presentammo a Lucca, nella primavera del 1990, era la nostra prima volta ad una manifestazione internazionale di fumetti, ed avevamo addirittura uno stand nella parte alta del Palazzetto. Io, Giuseppe e Francesco Ferrari. Giuseppe vendeva maglietta stampate con i suoi disegni, noi avevamo il n. 0 in vendita e tanta passione.
E’ bello ricordare il passato e i suoi fasti. Quella era ancora una delle ‘Lucche’ organizzate da Immagine, con un gruppo di lavoro invidiabile, irriproducibile. L’Ente Max Massimino Garnier stava per muovere i primi passi… Se non sbaglio non era ancora stato introdotto il biglietto.

C’é ancora tanta passione nel fumetto e voglia di metterlo in discussione (mi riferisco alle rivistine di critica), Luca, oppure é sparito tutto?
Il problema fondamentale, generalissimo, è che i ragazzi del nuovo millennio non leggono niente. La telecrazia (che, ovviamente, chi mi conosce sa quanto aborra) ha fatto il suo dovere. Diversamente da quanto accade in altri Paesi, anche vicini al nostro, il livello di attenzione è molto basso, so di teen agers che hanno difficoltà addirittura a seguire lungometraggi fondamentali come 2001 Odissea nello spazio, o Blade Runner.
I lettori sono molto pochi, anche nel campo dei fumetti, quindi anche le fanzines sono automaticamente diminuite. E con esse i loro lettori. Per me è chiarissimo chi è il maggior responsabile di questa situazione che fa male a tutti. Non altrettanto lo è per chi lo ha votato, credendo a delle promesse che si riveleranno ben presto vuote.

Foto di gruppo di Fumettomania, allo stand a Lucca, 1991. Da sinistra verso destra, Giorgio Cambini, Giovanni Luisi, Vito di Domenico e Mario Benenati

Mi ricordo che in quei mesi (tra il ’90 e il ’91) tu eri preso dalla collaborazione con la rivista “All American Comics” e con la direzione della rivista “Horror”, ambedue della Comic Art. Cosa è andato storto, specialmente in “Horror”?
Probabilmente era una rivista troppo “colta” già allora. Considera che una buona parte dei materiali che pubblicava (e dei suoi autori, come John Bolton, Paul Craig Russell, Clive Barker) adesso appaiono negli albi e nei volumi della Lexy, per la quale collaboro oltre dieci anni dopo. All’epoca le fumetterie non erano ancora così capillari sul territorio e l’edicola stava già cominciando a strangolare i periodici che non avevano troppa visibilità. E non bisogna dimenticare che c’è stata una sconsiderata crociata anti-horror, che ha toccato un po’ tutte le testate del genere. Tutto è nato da un articolo del “superficialologo balneare” di turno. Nello specifico, tal Cotroneo, su “L’Espresso”, rivista che apprezzo molto, ma che in quel caso ha dato spago a una persona disinformata e (come tutta la gente del settore ha riconosciuto), dannosa. Chi più di ogni altro editore ha dovuto fare i conti con la crociata anti-fumetti horror è stata la A.C.M.E., che aveva “Mostri”, “Zio Tibia”, una bella rivista di cinema horror, alcuni volumi di giovani scrittori etc. Be’, La casa editrice è praticamente scomparsa, in seguito alle perdite subìte.

Copertina della rivista Horror illustrata da John Bolton.
Copertina della rivista Horror illustrata da John Bolton. Per gentile concessione

E cosa ne pensi dell’attuale situazione di Traini?
Mi stupisco che le persone del settore non abbiano voluto vederci chiaro. Ancora oggi, giugno 2001, continuo a subìre la stessa domanda: “Hai saputo niente di nuovo di Rinaldo?”. E, naturalmente, la mia risposta è “No”. Soprattutto, vorrei capire cosa ne è e ne sarà di Immagine, l’associazione culturale che tra le altre cose organizzava la parte culturale di Expocartoon, di cui Traini era segretario e di cui io, Cuccolini, Rovai e altri facevamo parte del Comitato Direttivo. Non vorrei proprio che tutto il suo patrimonio di meriti fosse “disperso” e travolto.

Cambiamo argomento, passiamo alla Disney Italia, nella Lucca di ottobre (del 1990) fu presentato il libro ‘ I Disney italiani‘ che conteneva anche degli interventi tuoi.
Certo, era scritto a otto mani, due delle quali erano le mie.

Come è stato il tuo rapporto con la Disney in questi dieci anni? Ed in particolare in tutti questi anni ha fatto di più la Disney per il fumetto, per farlo evolvere, oppure ha solo razzolato tutto quello che ha potuto dal mondo del fumetto?
L’ultima parte della tua domanda è tendenziosa… Io sono cresciuto leggendo fumetti umoristici, non solo Disney, ma forse dovrei dire piuttosto “degli autori Disney”. Gli stessi che negli States lavoravano anche su altre testate della casa editrice che ne pubblicava le storie, la Western Printing.

E sono cresciuto leggendo storie di autori italiani come Giovan Battista Carpi, Luciano Bottaro, Giulio Chierchini, Giuseppe Perego, Luciano Gatto … La Disney, fra tutte le case editrici che esistevano un tempo, è stata l’unica a non disperdere il patrimonio che era stato prodotto in Italia e nel mondo nei decenni precedenti. Se nel 2001 si parla ancora, con volumi e periodici che ritengo ottimi, di questi autori e delle loro produzioni del passato, ciò si deve alla Disney. Non alla Alpe, alla Bianconi, alla Fasani, alla Mondadori stessa… Case editrici che si sono occupate di altro, hanno seguito differenti strategie. E che in molti casi non esistono più. Sono stato (e sono) molto felice di collaborarvi, proprio puntando l’accento sull’aspetto storico delle produzioni a fumetti, sull’enorme “parco” di personaggi creati da tanti autori che hanno dato, come sapevano, il loro apporto. Anche nelle storie che ho sceneggiato finora ha tentato di riportare la luce vecchi personaggi (come Sgrizzo, Gancio, Atomino Bip-Bip, zio Sfrizzo, Ben Bubbola…) che non venivano usati da tempo.

Torniamo a Lucca, marzo 1991, i tre sardi Medda, Serra e Vigna presentano Nathan Never. Non so se ti ricordi del loro entusiasmo e dei loro progetti, anche per loro mi sembra che le cose vadano in direzione opposta rispetto ad allora…Che idea ti sei fatto di Nathan Never e delle collane che la Sergio Bonelli ha presentato dal 1991 ad oggi?
La nascita di Nathan Never è stato un evento eccezionale. Ricordo benissimo la presentazione del numero zero della serie, a Bologna, in coincidenza con la Fiera del Libro per Ragazzi, nel negozio di Alessandro Distribuzioni. Era un fumetto speciale, perché dopo Dylan Dog (e Martin Mystère) si continuava la strada di lanciare nuove testate legate a generi che la Bonelli non aveva mai toccato prima. In questo caso, la science fiction.

Gli amici Medda, Serra e Vigna hanno davvero prodotto tantissimo, sono stati (e sono!) degli sceneggiatori eccezionali, che con la loro creazione hanno fornito la possibilità a tanti disegnatori di coronare il loro sogno di divenire professionisti. E il successo dell’edicola li ha sostenuti. Non si può pretendere che il successo (e le vendite) restino sempre allo stesso livello. Dell’esistenza di tante collane (e one shot) Bonelli, forse a differenza di quanto sostengono altri, penso benissimo. Una grande casa editrice che, quasi da sola, ha sostenuto in tutti questi anni, il fumetto di tipo realistico prodotto in Italia. Dove sono state le valide alternative, durature (a parte Lazarus Ledd di Ade Capone, che pure stimo moltissimo per un altro ordine di ragioni) di altri editori, in questi anni?

Il ’91 fu l’anno di John Bolton, nel senso che fu pubblicato in più d’occasioni dalla Play Press, dalla Comic Art e dalla Star Comics ... Cosa ti piace e cosa ammiri di questo autore inglese e cosa di meno.
Dal punto di vista tecnico, lo ritengo un grande illustratore, capace di conciliare la scuola classica e i gusti contemporanei, la tradizione e la sperimentazione. Mi piace più il suo uso del colore (o meglio “i suoi vari usi”), che a mio avviso ne valorizza le capacità espressive più del bianco e nero. Mi piace anche la dedizione che infonde nel suo lavoro e, last but not least, la sua personalità: l’amicizia e l’apertura mentale di John, la sua simpatia e la sua disponibilità. Sono felice di aver avuto a che fare con lui in tutti questi anni anche attraverso etichette editoriali, manifestazioni, occasioni diverse. E mi spiace che a volte (è accaduto a John, ma anche ad altri amici-colleghi esteri, penso a Geof Darrow) gli editori italiani non si siano comportati con lui usando il rispetto che si deve. Se non è abbastanza chiaro, è verso alcuni editori che va la mia profonda disistima.

Luca Boschi intervista John Bolton, sempre a Lucca, nel 1992.
Luca Boschi intervista John Bolton, sempre a Lucca, nel 1992.

Sempre nel ’91 ( se non vado errato) morì Attilio Micheluzzi, un grande Maestro…Cosa ti ricordi di lui? Non ti sembra che le sue opere a fumetti andrebbero rivalutate?
Certo. Il fumetto d’autore sviluppatosi soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta non è noto ai giovani d’oggi. A Napoli Comicon i Premi Micheluzzi sono nati proprio per ricordarne la figura. Di Attilio ricordo le conversazioni, in varie occasioni, sulla sua vita a Napoli, sul suo salutismo, sulle divise e le imprese militari. Su questi punti avevamo delle divergenze di “visione del mondo”. Micheluzzi, come anche Pratt, era affascinato (o così mi sembrava) dalle imprese di guerra e di battaglia. Io, istintivamente, da sempre, non sono in sintonia con gli eroi, con le guerre, con le divise. Non saprei mai scrivere una storia che parla di questi temi. Per fortuna, ho potuto leggere delle bellissime storie su questi argomenti proprio grazie ai fumetti di Pratt e di Micheluzzi. E voglio citare a questo proposito le avventure di Petra Cherie che pubblicava “Il giornalino”. Molto moderne, sia come grafica che come tempi di narrazione.

Tra 1992 ed il ’93, ad una ad una scomparvero tutte le riviste cosiddette “d’autore”. Non pensi sia stato il primo segnale che il fumetto, come era stato inteso fino ad allora, non andava più, e che aveva bisogno di una svecchiata che mi sembra fino ad oggi non ha ancora avuto?
Si può discutere sui contorni della “svecchiata” a cui accenni. Molti albi (o, se preferisci, singoli numeri) della Bonelli hanno assorbito temi, tecniche e “autori d’autore”. Che molte delle riviste italiane fossero brutte, fuori tempo, dissonanti dalle esigenze dei nuovi lettori, è un fatto. Diciamo che però l’offerta di fumetti è aumentata, proprio quando le riviste tiravano le cuoia. I manga e i nuovi supereroi hanno suonato loro il requiem. Con un seguito di lettori ormai sin troppo sparuto ad accompagnare i feretri.

Splendida copertina, J. Bolton, del mensile DC Presenta, curato da Luca Boschi
Splendida copertina, J. Bolton, del mensile DC Presenta, curato da Luca, che presentava materiale della linea Vertigo.

Facciamo un salto di due anni, nel ’95 dirigevi le collane della Vertigo della Comic Art, anche queste a poco a poco chiusero …
Erano davvero così pochi i lettori, ed in particolare queste serie erano promozionate sufficientemente?
No alla seconda. Come vedi, oggi la Magic Press, con una formula diversa e con un lavoro meno casuale (anzi, assai meticoloso!) riesce a far vivere serie analoghe, se non le stesse. Come accennavo prima, però, la distribuzione da edicola fece davvero molti danni. Per fare un esempio, un mese particolare di un tal anno, almeno un paio di queste testate non arrivarono mai nelle edicole della città in cui risiedo. dato che ero parte in causa, senza far sapere chi io fossi, volli andare in fondo alla questione. Ebbene, i pacchi con queste testate erano arrivati, ma rimasero per sempre dentro un magazzino, non furono mai smistati nelle singole edicole. I pacchi tornarono indietro all’editore dissigillati. Come potevano vendere, se non raggiungevano nemmeno i lettori? Tra parentesi, io comperai le mie copie in una città vicina. Caos, confusione, assalto dei blister e dei gadget… L’edicola era (ed è) una vera suburra. E ancora non erano esplosi i CD e i DVD.

Sempre nel ’95 Daniele Brolli, sulle ceneri della Telemaco fondò la Phoenix, una delle migliori realtà indipendenti italiane che ha realizzato tutta una serie di produzioni di buona qualità ma, con un ritardo nelle uscite a volte spaventoso, … Sei d’accordo sulle scelte di Brolli, e con la sua avventura editoriale che ancora oggi prosegue?
Be, sì, grande stima (e amicizia) per Brolli, il suo modo di “sentire” e di mettere in pista. Anche per quanto riguarda la sua idea di pubblicare Lo Sconosciuto nella collana Stile Libero della Einaudi, e anche il Tito Faraci di Topolino Noir. Ma mi risulta che attualmente, Daniele, con la Phoenix, stia lavorando per la Magic Press. Mi è piaciuta molto la sua iniziativa di pubblicare uno dei miei autori preferiti, Daniel Clowes, e attendevo con ansia un titolo che non uscirà: il Mad del primo periodo scritto da Harvey Kurtzman.

La copertina della miniserie 'La storia del topo cattivo". Autore Bryan Talbot, Editore Phoenix.
La copertina della miniserie ‘La storia del topo cattivo”. Autore Bryan Talbot, Editore Phoenix.

Nel ’96, uno dei personaggi migliori del fumetto italiani, tale Ken Parker , si ferma (editorialmente parlando) per la seconda volta. Era un personaggio evidentemente così difficile da gestire e da presentare al pubblico italiano nella forma adatta. Poi, in un secondo momento, addirittura i due autori si sono stancati di farlo e si è fermato definitivamente.
Quanto ha perso il fumetto italiano senza Ken Parker?
Mi metti la risposta in bocca. Tanto. Tutti lo abbiamo amato, ma evidentemente non poteva andare molto oltre. I suoi due autori, Berardi e Milazzo, restano comunque due Maestri del Fumetto italiano anche adesso che si occupano di altro, ognuno per suo conto. La reputazione che si sono guadagnati con Ken Parker è inestinguibile e inossidabile.

Nel ’97 ricominciano ad esser pubblicate in Italia delle opere francesi e noi due ci vediamo a Roma, all’Expocartoon, manifestazione che ha puntato di più sull’introito economico che sullo scambio culturale.
Ora che l’Expo, non ci sarà più e che Lucca è affossata dalla stessa burocrazia comunale, dove potremo incontrare veramente gli autori e tutti i veri appassionati di fumetti?
Anche se si chiamasse allo stesso modo, sicuramente Expocartoon non ci sarà più. Non bisogna dimenticare che le sue prime edizioni furono piuttosto importanti, migliori delle “Lucche'” che si tenevano contemporaneamente. E, non sta a me dirlo, ma mi sembra un dato oggettivo, nella seconda metà degli anni Novanta, Lucca ha riconquistato una parte della credibilità perduta.

Mario Benenati incontra il suo idolo François Boucq, uno dei grandi autori francesi degli ultimi dieci anni.
Mario Benenati incontra il suo idolo François Boucq, uno dei grandi autori francesi degli ultimi vent’anni anni. Boucq è stato pubblicato in italia dalla Comic Art e, attualmente (nel 2001), dalla Kappa Edizioni.

Lavorarci è stato durissimo sempre, sia come collaboratore (ci occupavamo soprattutto di cinema di animazione, con Luca Raffaelli, Federico Fiecconi e Vito Lo Russo), sia come Direttore Culturale fino al ’99, prima del “golpe” compiuto dal Comune ai danni dell’Ente Garnier, con la chance offertagli da Renato Genovese, con una ex segretaria assurta adesso al ruolo di Direttore Organizzativo (o quel che l’è) per incarico del Sindaco. Anche se qualche interessato, in Lucca, ha cercato di mascherare la verità, è sotto gli occhi di tutti come siano andate le cose: chi ha venduto, chi ha comprato, chi si è appropriato di cose non sue. La stampa nazionale lo ha riportato, nonostante il filtraggio delle notizie fastidiose per il sindaco compiuto sulla stampa locale, con metodi di taglio sovietico, benché chi ha gestito la faccenda si proclamasse “liberal-democratico

Per ritrovarsi ci saranno altre manifestazioni, certo con meno storia alle spalle e con dei bacini di utenza meno ampi, ma con occasioni culturali che possono essere fornite solo da chi per la cultura (del fumetto, della illustrazione, del cinema) ha interesse. E poi, voglio essere ottimista. La tradizione di Lucca è forte e resistente (come ben sapeva chi si preparava a scipparla al Garnier), Roma ha un “avviamento” importante e si è coltivata un pubblico di visitors che sarebbe male disperdere. Alla gente del fumetto posso solo augurare che qualcuno rimetta in piedi una grossa, importante manifestazione popolare a Roma. E auguro anche che quando l’attuale sindaco di Lucca, Pietro Fazzi, se ne sarà andato (alla scadenza elettorale della primavera 2002, che non potrà certo superare anche se si ricandidasse, visto lo scontento che ha seminato), l’intelaiatura che ha messo in piedi travolga anche le persone che gli hanno permesso di costruirla. Come diceva Ade Capone lo scorso anno (cito a memoria), molto meglio un tracollo per ricostruire su nuove basi, che non un travisamento della tradizione di Lucca, del ruolo fondamentale e indiscusso che ha svolto in Europa e nel mondo da metà anni Sessanta per oltre tre decenni.
Intanto, fra pochi giorni, Mario, sai bene che ci troviamo a Napoli Comicon. Un salone piccolo, ma pieno di addetti ai lavori a livello internazionale.

Sempre dal ’97 si fa strada la distribuzione dei comics nelle fumetterie, quest’ultime continuano però ad essere un numero ben inferiore alle edicole dove i fumetti non sono più distribuiti in maniera opportuna, ma solo maltrattati.
Appunto, ne accennavo prima… Questa situazione dura da circa un decennio.

Pensi che continuando su questa strada non avremo solo un fumetto accessibile a pochi e quindi in definitiva prossimo a morire?
I rischi ci sono, e forti. Esistono zone d’Italia completamente prive di fumetterie e solo gli “assatanati” di comics hanno la spinta a procurarsi ciò che piace loro. La carta delle edicole deve essere giocata dai grossi editori. Per questo, sono favorevole (come dicevo prima) a chi l’edicola copre con le sue produzioni: Disney, Bonelli … Pochi altri, e con pochi titoli ciascuno: Marvel, Star, Play Press sono sempre più rivolte alle fumetterie.


Nel ’98 inizia una lenta, ma progressiva, invasione di autoproduzioni. Tanti giovani autori che si improvvisano editori di stessi per mettersi in luce. Senza fare considerazione del tipo, se sono salutari o meno, tutte queste produzioni..
Che tipo di consigli daresti a chi vuole mettersi in luce e comunicare, attraverso il fumetto, senza il rischio di ripetersi in cliché già visti?
Potrei solo dire di gettarsi a pesce nel turbine e tentare, dopo essersi confrontati con dei colleghi e dei professionisti navigati. Chi si vuole mettere in luce adesso, deve essere il più possibile professionale, non sono ammessi sconti, ahilui. Il rischio più grave è quello di non essere proprio letto, di non avere nessuna chance di essere distribuito. Chi vuole tentare la strada del fumetto autoprodotto, deve sapere che dovrà anche essere il promotore di se stesso, frquentare le fiere, rompere le scatole a destra e a sinistra per ottenere un minimo di attenzione. Altrimenti, la sua battaglia sarà persa in partenza.

Copertina della miniserie di Bone,pubblicata dalla 'Innocent Victim', una delle migliori autoproduzioni degli ultimi tre anni.
Copertina della miniserie di Bone,pubblicata dalla ‘Innocent Victim’, una delle migliori autoproduzioni degli ultimi tre anni.

Nel biennio ’98-’99 c’è stata la consacrazione di un autore atipico: Leo Ortolani che oltre il successo di Rat-Man, ha preso parecchi premi; questo mi porta a pensare… C’é spazio ancora per il fumetto umoristico in Italia o quello di Leo é un caso isolato?
Buona domanda. Sul “Fumo di China” di giugno mi sembra che si sia aperto un bel dibattito, sul tema. Proprio a partire da un mio intervento (poco confortante, invero).

Su “Fumo di China” ho letto che scriverai dei redazionali per la collana Lexy presents Dark Horse. Ci parli un poco di questa collana (ed eventualmente di tutta la produzione Lexy in generale)?
La Lexy nasce nei primi mesi dell’anno 2000, a Terni. La nuova etichetta editoriale è portata avanti da Dario Gulli, sceneggiatore e teorico di Fumetto, insieme al gruppo per il quale lavora. Io sono stato chiamato a occuparmi di un paio di collane: SpyBoy e Dark Horror, sempre con Dario Gulli e con nuovi collaboratori della Lexy, fra cui spicca il bravo Marco Vassallo. Adesso, con altri amici, sto occupandomi della già annunciata edizione italiana di The Comics Journal (ne parliamo in autunno). Sin dai primi passi della Lexy nel mondo del fumetto, è stata anche valutata l’opportunità di editare opere franco-belghe o giapponesi. Per il momento è stata accantonata la prima ipotesi, anche considerando l’ampio ventaglio di offerte già esistenti in questo campo, in Italia, da parte di altri editori. Per le serie giapponesi (o “nippoispirate”), invece, il responsabile del settore, celebre vignettista e doppiatore di film animati Fabrizio Mazzotta (a bordo anche per The Comics Journal) , si è subito messo all’opera con Dirty Pair, serie realizzata in realtà negli USA da Adam Warren, ma con un taglio grafico capace di attrarre sia i fans dei manga che quelli dei comic books dalla colorazione più sgargianti e le gabbie delle tavole più innovative e libere. Ma queste produzioni sono solo la punta emergente dell’iceberg di proposte differeti dell’etichetta di Terni. La società, come precisa Dario Gulli, ha alle spalle soprattutto un’attività cinetelevisiva, oggetto per cui è stata costituita.

Uno delle migliori cose prodotte dalla Lexy, il volume 'The Yattering and Jack' del duo Barker-Bolton
Uno delle migliori cose prodotte dalla Lexy, il volume ‘The Yattering and Jack’ del duo Barker-Bolton

“Nel cinema, nei disegni animati e nella TV – spiega Dario – la Lexy ha operato con Sony e Tutumpà, per produzioni di videoclip di gruppi validissimi dal punto di vista culturale. Fra questi, spiccano i YoYo Mundi, band spalla di Ivano Fossati. Poi, la Lexy ha lavorato per la per Rai e per Crayons, nel campo delle serie televisive educational e ha realizzato diverse produzioni televisive Franco-polacche, con alcuni membri della scuola del cinema di Lodz.”
Non appena possibile, usciranno i quattro albi giapponesi di Pollon, curati da Fabrizio Mazzotta e ambientati nel mondo degli Dei, mentre nella Collana Fantasy, dopo l’atteso volume Elric: Stormbringer di Paul Craig Russell (che conclude la saga del principe albino, contiene una storia introduttiva di Neil Gaiman e consta di quasi trecento pagine) uscirà Siegfried, sempre di Russell, terza parte dell’Anello dei Nibelunghi di Wagner.
Nella collana Dark Horror sono in cantiere prima di tutto una bella versione pittorica di Frankestein, sempre legata alle riduzioni a fumetti realizzate con la diretta approvazione della casa produttrice Universal, che detiene i diritti delle pellicole (un po’ come è accaduto per la Creatura della laguna nera disegnata da Art Adams, e che ha inaugurato il ciclo orrorifico della Lexy). In seguito, si prevede l’uscita, fra gli altri, di Army of Darkness di John Bolton e di The Black Dragon di Claremont & Bolton. Infine, è in lavorazione la versione italiana di Battlegods di Francisco Ruiz Velasco, miniserie di nove numeri che in un primo tempo era destinata a fare da appendice a Spyboy, ma che invece verrà racchiusa in due paperback con moltissimi redazionali sul mondo dei Maya e degli Aztechi.

Ciao a tutti, e… grazie per l’intervista, Mario! Hai visto che logorrea? Ehi… ehm… Mario!! Svegiaaaaaaaaa!

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